Investimenti esteri in Italia

di Alessandra Manco Commenta

 L’Italia si conferma sempre più maglia nera europea in materia di attrazione di investimenti con un 2012 che si chiude in calo di oltre il 70 rispetto al passato. In sostanza si passa dai 34 miliardi di euro ai 10 miliardi di euro investiti nel 2012, un calo molto significativo soprattutto se confrontato al dato globale che vede una contrazione di circa 18 punti percentuali a livello mondiale.

Ad analizzare una situazione che appare cronicamente in difficoltà (gli investimenti esteri in Italia rappresentano circa lo 0,6 per cento del Pil rispetto al 2,8 % di Regno unito o all’1,4 % per cento della Francia) ci pensa il comitato degli investimenti esteri di Confindustria. Il comitato analizza sia i lati positivi che quelli negativi, partendo dal fatto che comunque il bel paese rappresenta l’ottava potenza mondiale in termini di Pil e la seconda forza europea per quanto riguarda la produzione manifatturiera.

Inoltre tra i fattori che contribuiscono ad attirare investimenti in Italia vi sono la continua richiesta di prodotti made in italy nel mondo, il posizionamento geografico (strategico all’interno del mediterraneo), tutta la rete dei distretti industriali. Le multinazionali sono comunque un elemento importante all’interno del paese visto che pur occupando circa 1,2 milioni di persone investono oltre il 24 % della spesa totale in ricerca e sviluppo (leggi anche attivita e investimenti esteri)

Soprattutto, secondo gli addetti ai lavori, occorrerebbe fornire all’Italia un’organizzazione più incisiva al fine di intercettare una parte degli oltre 1400 miliardi di dollari che ogni anno vengono investiti dalle imprese estere. Il comitato ha elaborato un vademecum con 25 proposte che avranno lo scopo di agevolare le imprese multinazionali, senza naturalmente garantire corsie preferenziali alle stesse. Uno dei nodi più analizzati è il rapporto delle grandi aziende con il fisco, visto che si auspica la creazione di un ufficio dell’agenzia delle entrate che abbia rapporti di collaborazione con le multinazionali. Fra i problemi più grandi vi è l’eccessiva pressione fiscale e tempi troppo lunghi per effettuare adempimenti fiscali.