Le tasse aumentano e il Pil diminuisce

di Massimo Parolisi Commenta

Secondo il mensile della rivista specializzata inglese “The Economist”, su quattordici Paesi che rappresentano il mappamondo finanziario l’Italia è il fanalino di coda per quanto riguarda le previsioni di crescita del PIL. L’Italia passa da un + 0,6 per cento del 2011 a un – 2,2 per cento del 2012, seguita dalla  Spagna che parte anch’essa da + 0,6 per cento ma scende a – 1,4 per cento nel 2011.

Un po’ “meglio” l’Olanda: dal+1,4 per cento al – 0,8 per cento. Saldo positivo solo per Australia, Stati Uniti, Giappone e Canada anche se quest’ultimo perde nel confronto con l’anno precedente, passando da + 2,3 per cento a + 2,1 per cento. Ai meno esperti, ricordiamo che il prodotto interno lordo è il valore complessivo dei beni e dei servizi finali prodotti all’interno di un paese in un anno espressi in moneta (e comprende anche le attività “in nero perché anch’esse producono ricchezza) e quindi se gli investimenti diminuiscono, cala anche la ricchezza nazionale, senza dimenticare che sono le esportazioni sono in calo in Italia.

Viene quindi a crearsi un circolo vizioso: la disoccupazione è all’11,1 per cento, quindi la persona che non lavora non ha soldi per investire in prodotti  che restano invenduti. Non venderli porta alla chiusura delle aziende che facendolo contribuiscono all’impoverimento del Paese. Abbiamo raggiunto una pressione fiscale record in Italia, con l’aumento del carico fiscale sulle famiglie di 1.133 euro annui (solo l’Imu contribuisce all’aggravio con 405 euro l’anno).

La diminuzione del Pil quindi è imputabile alla “politica delle tasse” dei tecnici, chiamati a governare proprio per risanare la situazione economica italiana. Nel frattempo gli economisti sostengono che le differenze tra gli stati di salute delle diverse aree del mondo siano destinate nel prossimo futuro ad aumentare: l’Ocse prevede che la disoccupazione possa continuare ad aumentare in Europa passando all’11,9% nel 2013 ed al 12% nel 2014, mentre diminuirà negli Stati Uniti, passando  al 7,8% nel 2013.