IVA: l’aumento è quasi certo

di Redazione Commenta

Cala inesorabilmente la scure sulla speranza di sterilizzare l’incremento iva di luglio, quando si passerà dall’aliquota ordinaria del 21 al 22 %. Il ministro Saccomanni, su domanda di un giornalista, ha infatti scoraggiato quanti prevedevano un uso delle risorse per far rimanere l’iva all’aliquota attuale. Il politico ha infatti dichiarato che le risorse saranno destinate ad altri usi, in primis agli investimenti (leggi anche aumento iva dal 1 luglio 2013)

Tuttavia può essere di conforto dire che una decisione definitiva non è stata ancora presa e che i tecnici di via XX settembre sono ancora alle prese con tagli di spesa, imu, incrementi iva, ecc. In ogni caso sembra che l’iva non sia il problema principale anche se si punta decisamente a fare in modo che siano chiuse tutte le procedure di infrazione aperte dalla comunità UE. In ogni caso le priorità sembrano essere altre come ad esempio far ripartire l’occupazione giovanile, fare in modo di evitare gli incrementi tarsu, far ripartire gli incentivi edilizi Tutto questo non fa altro che addensare nuvole nere su un possibile ripensamento dell’incremento aliquota iva, operazione che secondo alcuni dovrebbe portare ad un aumento medio delle tariffe di oltre 350 euro annui. Pronte subito le repliche dei commercianti i quali vedono nell’aumento iva un punto che potrebbe non far ripartire i consumi. Infatti aumentare di un punto l’aliquota ordinaria significa danneggiare la domanda interna, che sostiene per l’80 % tutte le imprese. Le risorse per scongiurare l’incremento potrebbero facilmente essere reperite tagliando alcuni degli 800 miliardi di euro di spesa pubblica.

Sul punto l’associazione dei commercianti trova sostegno da parte di molti economisti, i quali sostengono che le politiche di austerity e recessione attivate non hanno fatto altro che aumentare ed acuire gli effetti della crisi. Basti pensare che dai calcoli effettuati dalla Corte dei Conti, nel periodo compreso tra il 2009 ed il 2013, si sono avuti circa 230 miliardi di euro in meno di pil, dovuti alla mancata crescita.